Alcune sentenze

16-177-art18-esselunga-avv-maria-spano

17-07-reintegrate-lavoratrici-cambio-appalto

17-025-autogrill-decreto

17-032-esselunga-saronno

17-126-esselunga-rigetto-reclamo

17-234-la-corte-appello-torino-riconosce-rsu-flaica

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Festività. Io non lavoro

RIPOSO-SETTIMANALELo dice la Corte di Cassazione con la Sentenza 19 ottobre 2016, n. 21209.

Lavoro – Festività – Rifiuto di lavoro in un giorno festivo – Trattenuta sulla retribuzione – Non sussiste – Diritto di astenersi dall’attività lavorativa.

Svolgimento del processo

Il Tribunale di Bergamo con sentenza n. 613/09 accoglieva la domanda proposta da un gruppo di dipendenti della D. spa di condanna della società datrice di lavoro a Continua a leggere

INTERMEDIAZIONE E ABUSO.

BNLNon conosce confini l’abuso sull’intermediazione della manodopera. Non si salva nemmeno la ex  Banca Nazionale del Lavoro che per l’archivio di Pratica di Mare si serviva di lavoratori  assunti da  una società di comodo. Oltre sessanta lavoratori, brutalmente esclusi anche nel cambio di appalto, assistiti dalla  FlaicaLazio,  hanno fatto ricorso al tribunale di Roma, che ha emesso delle sentenze contrastanti. Riportiamo quella che, a nostro avviso, inquadra meglio la questione:

Tribunale di Roma sentenza n. 12489 del 19.07.2016

Le altre sentenze in appello SCARSELLA EMANUELA + 1   GIULIANI + altri Gallo 19.01.2017    COCCI +altri Pascarella 19.01.2017

Minimi salariali

Corte costituzionale: importante sentenza sui minimi retributivi per i soci di cooperativa

14/04/2015 E’ costituzionalmente legittimo prevedere per legge che i minimi di trattamento economico per i soci di cooperativa non siano inferiori a quelli dettati dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni datoriali e sindacali comparativamente più rappresentative a livello nazionale nella categoria (art. 7, c. 4, del dl 31 dicembre 2007, n. 248, conv. dall’art. 1, c. 1, l. 28 febbraio 2008, n. 31). La Corte costituzionale, con la sentenza n. 51/2015, ha quindi respinto la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale di Lucca per violazione dell’articolo 39 della Costituzione

 

E’ costituzionalmente legittimo prevedere per legge (art. 7, c. 4, del dl 31 dicembre 2007, n. 248, conv. dall’art. 1, c. 1, l. 28 febbraio 2008, n. 31) che i trattamenti economici complessivi per i soci di cooperativa non siano inferiori a quelli dettati dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni datoriali e sindacali comparativamente più rappresentative a livello nazionale nella categoria.
In concreto si discuteva se applicare il CCNL di settore stipulato da CGIL-CISL-UIL (e controparti datoriali) – cioè quello “comparativamente più rappresentativo” – oppure, come sostenuto dal Tribunale di Lucca e dalla società cooperativa ricorrente, il CCNL multi servizi, stipulato da UNCI–FESICA-CONFSAL.
A parere del giudice toscano – che ha sollevato la questione – la norma in esame, imponendo al giudice, in presenza di una pluralità di contratti collettivi di settore, di applicare un trattamento retributivo non inferiore a quello previsto da alcuni di tali contratti senza una previa valutazione (ex art. 36 Cost.) del diverso contratto collettivo applicato per affiliazione sindacale dall’impresa, inciderebbe autoritativamente sul dinamismo, anche conflittuale, della concorrenza intersindacale, realizzando un’indebita estensione dell’efficacia collettiva dei contratti collettivi (sia pure limitatamente alla sola parte economica), in violazione dell’art. 39 Cost.
La Corte costituzionale, con sentenza n. 51/2015 (Red. Silvana Sciarra), ha rigettato tale ricostruzione stabilendo che non viola l’art. 39 della Costituzione la norma di legge che assicura ai soci lavoratori di cooperative la salvaguardia del trattamento economico complessivo minimo previsto dal contratto collettivo stipulato dai sindacati maggiormente rappresentativi della categoria.
C’è da tener presente, per avere un quadro compiuto, che la norma impugnata dal Trib. di Lucca è stata adottata all’indomani del Protocollo d’intesa, sottoscritto il 10 ottobre 2007 da Ministero del lavoro, Ministero dello sviluppo economico, AGCI, Confcooperative, Legacoop, CGIL, CISL, UIL, in cui il Governo assumeva l’impegno di avviare «ogni idonea iniziativa amministrativa affinché le cooperative adottino trattamenti economici complessivi del lavoro subordinato, previsti dall’articolo 3, comma 1, della legge 3 aprile 2001, n. 142, non inferiori a quelli previsti dal contratto collettivo nazionale di lavoro sottoscritto dalle associazioni del movimento cooperativo e dalle organizzazioni sindacali per ciascuna parte sociale comparativamente più rappresentative sul piano nazionale nel settore di riferimento» (punto C).
L’obiettivo, condiviso dai firmatari del Protocollo era, evidentemente, quello di contestare l’applicazione di contratti collettivi sottoscritti da organizzazioni datoriali e sindacali di non accertata rappresentatività, che prevedessero trattamenti retributivi potenzialmente in contrasto con la nozione di retribuzione sufficiente, di cui all’art. 36 Cost.
La Corte Costituzionale, con la sentenza 51/2015, esclude quindi la lesione della libertà sindacale in base all’interpretazione corretta della norma censurata, la quale non impone di applicare a tutti gli appartenenti alla categoria un determinato contratto collettivo nella sua interezza, ma si limita ad estendere loro la garanzia di minimi retributivi individuati da una fonte (il C.C.N.L. stipulato dalle OO.SS. maggiormente rappresentative) generalmente ritenuta quella maggiormente idonea ad assicurare la proporzionalità e sufficienza della retribuzione garantite dall’art. 36 Cost..
In definitiva, per dirla con le efficaci parole di chiusura della motivazione, “nell’effettuare un rinvio alla fonte collettiva che, meglio di altre, recepisce l’andamento delle dinamiche retributive nei settori in cui operano le società cooperative, l’articolo censurato si propone di contrastare forme di competizione salariale al ribasso, in linea con l’indirizzo giurisprudenziale che, da tempo, ritiene conforme ai requisiti della proporzionalità e della sufficienza (art. 36 Cost.) la retribuzione concordata nei contratti collettivi di lavoro firmati da associazioni comparativamente più rappresentative”.
La sentenza, che si riporta integralmente di seguito, offre un interessante spunto di riflessione in relazione alle novità che potranno essere introdotte dal “jobs act” in materia di salario minimo legale (comma 7, lett. g, dell’art. unico legge delega n. 183/2014).

 


Classificazione:

[Giuridica]  [Note a sentenza]

 

Licenziamenti. I “motivi economici” non sempre sono validi.

Importante sentenza (n°5173 del 16-3-2015) della Corte di Cassazione sul licenziamento per giustificato motivo oggettivo. La Corte, chiamata ad esprimersi su appello di una società avverso ad una sentenza favorevole al lavoratore licenziato, ha ribadito sue precedenti orientamenti e ha affermato che: “il licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo, della L. 15 luglio 1996, n. 604, ex art. 3, è determinato, non da un generico ridimensionamento dell’attività imprenditoriale, ma dalla necessità di procedere alla soppressione del posto o del reparto cui è addetto il singolo lavoratore, soppressione che non può essere meramente strumentale a un incremento di profitto, ma deve essere diretta a fronteggiare situazioni sfavorevoli non contingenti. Il lavoratore ha quindi il diritto che il datore di lavoro dimostri la concreta riferibilità del licenziamento individuale ad iniziative collegate ad effettive ragioni di carattere produttivo-organizzativo, e non ad un mero incremento di profitti, e che dimostri inoltre l’impossibilità di utilizzare il lavoratore stesso in altre mansioni equivalenti a quelle esercitate prima della ristrutturazione aziendale”. Questa sentenza inconfutabilmente stabilisce che il licenziamento non può avvenire per una generica riduzione dei costi o per ristabilire livelli di profitto accettabili per il padrone ed offre nuovi spazi per un proficua difesa dei lavoratori in caso di licenziamento. E’ utile quindi, nel momento di impugnazione del licenziamento, prestare attenzione oltre che alle ragioni produttive organizzative anche a quelle riguardanti la situazione economica generale. NB: Allegata copia sentenza

Cambio CCNL. La decisione unilaterale non è valida.

In costanza di  rapporto di lavoro, l’azienda non può cambiare unilateralmente il contratto collettivo. Il Tribunale di Roma con la  sentenza del 28 ottobre 1014 ha confermato questo principio. Si tratta di una decisione importante, che contrasta la tendenza ad abbassare i diritti con l’avallo di “organizzazioni sindacali” compiacenti e di comodo.