Tutele. Ancora cedimenti

Min.Lavoro: la circolare sul Decreto Lavoro

Il Ministero del Lavoro e delle politiche sociali, con la circolare n. 35 del 29 agosto 2013, ha fornito indicazioni operative per il personale ispettivo, relativamente al D.L. n. 76/2013 (conv. da L. n. 99/2013) recante “Primi interventi urgenti per la promozione dell’occupazione, in particolare giovanile, della coesione sociale, nonché in materia di Imposta sul valore aggiunto (IVA) e altre misure finanziarie urgenti”.

     la circolare n. 35/2013

Riforma Fornero. Primi chiarimenti

Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha pubblicato la circolare n. 18 del 18 luglio 2012, con la quale ha fornito le prime indicazioni operative alla applicazione della Riforma del Mercato del Lavoro (Legge n. 92/2012).

 LA CIRCOLARE N. 18-2012

Soci lavoratori. Diritto all’integrità della prestazione

Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha risposto ad un  quesito della D.T.L. di Piacenza, in merito alla stabilità dell’orario di lavoro dei soci di cooperative di produzione e lavoro.

 Il sunto della risposta ministeriale:

 ”In conclusione, si ritiene che le società cooperative di produzione e lavoro, come ogni altra impresa, debbano garantire ai proprio soci lavoratori, con cui abbiano instaurato un rapporto di lavoro subordinato, l’effettivo svolgimento dell’orario di lavoro pattuito all’atto dell’assunzione, salvo accordi collettivi che introducano un orario di lavoro multiperiodale o oggettive situazioni di crisi aziendale deliberate dall’assemblea e risultanti da una riduzione del fatturato”. 

LA RISPOSTA DEL MINISTERO

Riposo settimanale. Mai più di domenica.

Riposi settimanali – coincidenza con la domenica

 

La Direzione Generale per l’Attività Ispettiva del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, con interpello n. 26 del 27 giugno 2011, ha cancellato ogni dubbio  in merito alla disciplina dei riposi settimanali di cui all’art. 9 del D.L. n. 66/2003.
In particolare, Il Ministero chiarisce definitivamente  che, ai sensi della disposizione normativa citata, sia possibile fruire del riposo settimanale “in un giorno diverso dalla domenica“, ogni qualvolta specifiche esigenze dell’azienda di carattere tecnico – organizzativo e produttivo richiedano la predisposizione di uno o più turni di lavoro da espletarsi anche in tale giornata.

  La risposta in sintesi:

 ”…In linea con le argomentazioni sopra sostenute e in risposta al quesito avanzato, si ritiene pertanto, che nell’ipotesi in cui l’azienda adotti un modello di lavoro a turni, finalizzato ad assicurare la continuità della produzione, sia possibile per il personale coinvolto nel sistema di turnazione (compreso il personale addetto allo svolgimento di lavori preparatori, complementari o la cui presenza è obbligatoria per legge) fruire del riposo settimanale in un giorno diverso dalla domenica a prescindere dal tipo di lavorazione effettuata. Resta evidentemente fermo l’obbligo di rispettare il comma 1 del citato art. 9, secondo il quale il riposo settimanale va comunque goduto ogni sette giorni, va cumulato con le ore di riposo giornaliero e può essere calcolato “come media in un periodo non superiore a 14 giorni“.”

E’ la prova che nel sistema c’è ormai una sola centralità: l’impresa e la precedenza  al profitto sui valori della società.

La domenica serviva per appagare la fede,  andando in chiesa; per educare i figli al sentimento della famiglia; per  essere vicini ai parenti  ammalati in un giorno di simbolica festa….. NON VALE PIU?

Sicuro che così, parlando di giovani e futuro, si va verso una società migliore?

L’INTERPELLO

Part-Time e lavoro supplementare. Possibile la trasformazione a tempo pieno

La Corte di cassazione, con sentenza n. 11905 depositata il 30 maggio 2011, ha respinto il ricorso presentato da un datore di lavoro avverso la decisione con cui la Corte di appello di Genova aveva accertato la sussistenza di un rapporto di lavoro a tempo pieno relativamente ad un contratto di lavoro formalmente instaurato a part-time.

Secondo la Corte – “il rapporto a tempo parziale si trasforma in rapporto a tempo pieno per fatti concludenti, in relazione alla prestazione lavorativa resa, costantemente, secondo l’orario normale, o addirittura con orario superiore”. Ed il comportamento negoziale concludente nel senso di modificare stabilmente l’orario di lavoro – si legge nel testo della decisione – “è conseguente all’accertamento che la prestazione eccedente quella inizialmente concordata – resa in modo continuativo secondo modalità orarie proprie del lavoro a tempo pieno, o addirittura con il superamento dell’orario normale – non risponda ad alcuna specifica esigenza di organizzazione del servizio, idonea a giustificare, secondo le previsioni della contrattazione collettiva, l’assegnazione di ore ulteriori rispetto a quelle negozialmente pattuite”.

In tale contesto, la libertà del lavoratore di rifiutare la prestazione oltre l’orario del part time è del tutto ininfluente in quanto “l’effettuazione in concreto delle prestazioni richieste, con la continuità risultante dalle buste paga, ha evidenziato l’accettazione della nuova regolamentazione, con ogni conseguente effetto obbligatorio”.

Tempo per indossare la tuta. E’ lavoro? La Cassazione oscilla.

 Tempo per la vestizione e mancata retribuzione

 

Con sentenza n. 8063 dell’8 aprile 2011, la Cassazione ha affermato che sono legittime le clausole dei contratti collettivi di lavoro che prevedono la mancata retribuzione per il tempo che il lavoratore dedica alla “vestizione”.

La Suprema Corte ha evidenziato che la clausola contrattuale ha un carattere “meramente ordinatorio o regolativo ed assolve a fini eminentemente pratici, validi nella generalità dei casi” – “in particolare, ove sia data la facoltà al lavoratore di scegliere il tempo ed il luogo ove indossare la divisa stessa (anche a casa), la relativa attività fa parte degli atti di diligenza preparatoria allo svolgimento dell’attività lavorativa e come tale , non deve essere retribuita”.
Se viceversa, “tale operazione è diretta dal datore di lavoro che ne disciplina il tempo e il luogo di esecuzione, allora si rientra nel tempo di “lavoro effettivo” e spetta la retribuzione”.

Tempo di vestizione in azienda. E’ orario di lavoro.

Indossare la tuta da lavoro in azienda, seguendo le modalità impartite dal datore, fa parte del tempo lavorativo e pertanto va pagato.

La Cassazione, con sentenza n° 19358 del 10 settembre 2010 ha dato ragione ai lavoratori, operai e impiegati, che indossano la tuta nello spogliatoio aziendale: “il tempo necessario a cambiarsi deve essere pagato perché viene usato a vantaggio del datore ove non sia data facoltà al lavoratore di scegliere il tempo e il luogo ove indossare la divisa stessa.

Secondo i supremi giudici «Se è data facoltà al lavoratore di scegliere il tempo e il luogo ove indossare la divisa (anche presso la propria abitazione prima di recarsi al lavoro), la relativa attività – spiega la Suprema Corte – fa parte degli atti di diligenza preparatori allo svolgimento dell’attività lavorativa, e come tale non deve essere retribuita».

Invece, prosegue la Cassazione con la sentenza 19358, «se tale operazione è diretta dal datore di lavoro, che ne disciplina il tempo e il luogo di esecuzione, rientra nel lavoro effettivo e di conseguenza il tempo ad essa.

 La sentenza conferma il precedente orientamento della Corte.

CASSAZIONE SENTENZA n. 20179 del 27-7-2008   

 Cassazione Sentenza n° 19358 – 2010